Quando il reato comporta aggravanti di ordine psicologico
La giustizia deve tutelare i più deboli: è un principio che a parole tutti sono pronti a decantare, ma che nei fatti può ridursi ad un facile slogan scarsamente applicato.
Basti pensare alle polemiche sollevate da alcune sentenze ultimamente pronunciate in merito al reato di stupro.
Clamore ha suscitato, in particolare, una decisione emessa dalla Terza Sezione Penale della Suprema Corte con riguardo al caso di una minorenne stuprata, non più vergine: lo stupro di una minorenne ?questo l'insegnamento impartito- è meno grave se la vittima ha già avuto rapporti sessuali, in quanto più «lievi» sono i danni che la violenza sessuale provoca in chi abbia già avuto rapporti con altri uomini prima dell'incontro con il suo violentatore.
Altrettanto clamore ha provocato un'altra sentenza emessa dalla Corte di Appello di Roma anche in questo caso a proposito di un caso di violenza sessuale ai danni di una minorenne. Nella sentenza si ritiene che le condizioni ambientali degradate nelle quali sia stato commesso il reato di violenza sessuale costituiscono motivo atto a giustificare la concessione delle attenuanti generiche agli imputati. Imputati che, infatti, si sono visti diminuire la pena (a ben vedere, già poco proporzionata alla gravità del reato) di circa sei mesi.
Nonostante si corra il rischio di essere tacciati di populismo nel criticare determinate sentenze, peraltro non isolate, è lecito promuovere una riflessione sulla giustizia. Le reazioni di stupore e di sdegno manifestatesi generalmente nella nostra comunità valgono a rendere indilazionabile una simile riflessione.
Sarebbe pertanto opportuno rispolverare gli studi criminologici e psicologici per interrogarsi su quale sia realmente la vittima: chi subisce il reato ovvero chi lo commette? Se, infatti, sotto il profilo giuridico la vittima è la persona offesa, le sentenze qui commentate non tengono sufficientemente conto delle implicazioni psicologiche che inevitabilmente coinvolgono la persona che il reato lo subisca. La vittimologia, disciplina nata intorno agli anni 50, oltre ad aver ha ridato alla vittima una sua dimensione soggettiva, ha altresì sottolineato l'importanza dei cosiddetti effetti della vittimizzazione, vale a dire le conseguenze psicologiche, economiche e sociali.
In proposito, la letteratura criminologica distingue tra danno primario e secondario, facendo derivare il primo direttamente dal reato, e il secondo dalla risposta informale o formale alla vittimizzazione.
E' ovvio che gli effetti della vittimizzazione variano in funzione del reato: chi subisce un furto non avrà certamente le stesse conseguenze di chi subisce una violenza. Gli studi scientifici in proposito concordano nel ritenere più gravi i danni psicologici e sociali cui sono sottoposti le vittime di aggressioni sessuali. Le ripercussioni, infatti, possono essere tali da condizionare la vita futura della vittima, anche e soprattutto in termini relazionali.
Si pensi ai casi sopra citati, in cui ad aver subito violenza sono ragazze che vivono di per sé una condizione di fragilità emotiva legata alla maturazione psico-sessuale della fase adolescenziale. Se pertanto è da considerarsi un'attenuante la condizione ambientale degradata, non dovrebbe escludersi come aggravante il fatto che la violenza sia rivolta ad un soggetto in piena fase di crescita. Da non sottovalutare è, poi, per la vittima del reato, il danno derivante sia dall'atteggiamento delle persone che fanno parte del suo ambiente (familiari, amici) e che esprimono la risposta informale, sia dall'atteggiamento posto in essere dalle agenzie di controllo sociale formale (polizia, pubblico ministero, giudici) che può tradursi in scarso supporto se non in una vera e propria condanna morale.
Alla luce di queste considerazioni, sarebbe opportuno avviare una seria e ponderata riflessione sulle sofferenze della vittima alla quale un eccessivo garantismo sembra non riconoscere piena dignità.
Fonte: http://canali.libero.it